In rosso il sentiero CAI 423, in verde il sentiero che da Roveredo sale allo stavolo Breci (q849) e per cengia a Forcje Diame, in blu il collegamento esplorato
Schizzo su CTR in scala 1:5000

Bel percorso di collegamento che può costituire un'alternativa più avventurosa di salita al Pisimoni rispetto ai classici sentieri CAI. Il merito è dell'amico Massimo per averne intuito il percorso; inizialmente ero scettico, ma mi è bastato guardare la solita carta al 5000 per rendermi conto non solo che la cosa fosse possibile, ma che anzi il percorso sia assolutamente logico e, come possiamo affermare a posteriori, semplice.
Il ritrovamento di numerosi rami piegati su tutto il percorso, cosa «rasserenante» e che peraltro mi aspettavo, conferma il giudizio.


La neve fresca appena caduta fino a fondovalle suggerirebbe di cambiare i piani, ma si sa, la curiosità dell'esploratore è cosa ardua da fermare.

Il bellissimo stavolo (o meglio villa...) a q849. Sul cancello c'è scritto "Breci" e quindi lo chiamo stavolo Breci (anche se il sottostante rio Brezi fa venire qualche perplessità toponomastica, senza contare il vicino stavolo Breisi).

Iniziamo a salire il costone sovrastante lungo la traccia che porta alla cengia per forcje Diame, percorsa due anni fa con Kelen (vedi qui). Bisogna salire fino a q1000 circa: il sentiero vira verso sx (prima il terreno a sx era troppo ripido) per poi rientrare verso dx ed imboccare la cengia. Ecco, noi invece abbiamo proseguito verso sx, su una traccia continua di animali. Si arriva presto ad un punto in cui una traccia sale sopra un pulpito ed una scende decisamente: la risposta giusta è la seconda.(1) Si è dunque sul boschetto pensile: traversare in quota fino ad affacciarsi sul pendio a foggia di cengia che permette di accedere al riu dal Mulin.

La neve rende l'incedere difficoltoso, ma almeno ci permette di vedere chiaramente le impronte dei camosci, che qui ci hanno dato davvero una mano. La traccia per entrare nel rio è veramente ottima.

Oltre il rio vediamo il grande strapiombo giallo, con sotto la pala di bosco che risaliremo.

Andare in esplorazione riserva sempre sorprese e scorci inaspettati.

L'ingresso nel riu dal Mulin.

Verso Ovedasso, Resiutta e i Povici.

Il suggestivo passaggio attraverso il riu dal Mulin.

Risaliamo la pala di bosco stando prossimi alle pareti e sbuchiamo sotto il grande cret giallo.

Facciamo una deviazione per vedere la cengia perfetta del Pisimoni, ma questa è un'altra storia.

Traversiamo verso ovest fino a congiungerci al sentiero CAI 423 appena prima della «zona delle cenge»: il bellissimo tratto di cengia di detto sentiero oltrepassa la gola in foto poco più in alto.

Una delle cose che più amo del muoversi in questo tipo di ambienti è l'imbattersi, piuttosto spesso, in bei clapusç sotto parete.

Scendiamo al crist di Uèrc e lì decidiamo di percorrere il bel sentiero del Plan Austin che già conoscevo: via quindi per cengia fino al riu di Place, giù al Plan Austin e a Sclàtine, e di nuovo di traverso ad attraversare il rio di Place per congiungerci al CAI 423 presso il crocifisso distante pochi minuti da Ovedasso.
Di fronte l'arcigno versante meridionale del Cuel di Sôre che so essere affrontabile in più modi e su cui vorrei cimentarmici.

Bella luce sulla Creta Grauzaria.

Dal fondovalle vediamo il boschetto pensile che abbiamo attraversato (centro foto) e la sorta di cengia che immette nel riu dal Molin, sotto la caratteristica frana del Pisimoni.


(1) Le perdite di quota non piacciono a nessuno: sarebbe interessante capire se si può accedere al boschetto pensile traversando direttamente dallo stavolo. La carta al 5000 qualche misera speranza la dà: spererei in una cengia che attraversi il rio a q880 circa (noi l'abbiamo superato dall'alto, cioè oltre l'origine). Non resta che andare e provare: chi cerca qualcosa lo trova sempre. undo


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«Vi ho annoiato assai ma non ho alcuna pretesa. Ho scritto come vi avrei parlato: qualcuno mi avrà capito, specialmente chi della vita non ha che dolore e delusione. I monti lo innalzano verso l'universo, incontro alle stelle, offrendogli un dolce balsamo che gli placa per un istante l'animo ed il cuore e gli fa bere di quel nettare ristoratore che ancora sa dare la natura colla sua sincerità, colla sua semplicità, colla sua bellezza, col suo profumo e colla visione dell'infinito.» (*)
(*) Tratto da: Umberto Tinivella, Alpi e Alpinismo (1942)