# La conquista del gruppo di Santo Stefano.
Di Gustav Baldermann (Vienna).

Di nuovo giacciono davanti a me i diari ingialliti, i fedeli compagni delle mie escursioni, che, quando vi sfoglio, risvegliano in me il ricordo di tante liete ascensioni e delle ore felici che trascorsi e sognai nella solitudine del mondo alpino. E mentre così, al bagliore della mia lampada — riportandomi nella pura sfera delle superbe vette — vi leggo, essi mi annunciano questa volta liete novelle: poiché mi è riuscito di raggiungere la meta che già da due anni perseguivo con tutte le mie forze, mi è riuscito di aprire alla conoscenza un gruppo montuoso finora del tutto sconosciuto, che come una rosellina selvatica attendeva nel mondo alpestre del disincantatore, e così di riconquistare, almeno turisticamente, e di chiarire orograficamente una bella regione su suolo italiano, che un tempo ci appartenne e che politicamente abbiamo perduto. Mi riempie in ciò di particolare soddisfazione la circostanza che fosse di nuovo riservato ad alpinisti austriaci di procedere qui come pionieri, come del resto gli Austriaci vengono in primo luogo in considerazione anche nella conquista delle regioni vicine. Soprattutto furono il Prof. Mojsisovics e Paul Grohmann che con l'ascensione del Collinkofel e della Kellerwand iniziarono la conquista della catena centrale delle Alpi Carniche, e ad essi seguì tutta una serie di alpinisti e geologi austriaci, come il Dr. Carl Diener, Georg Geyer, il Dr. Helversen, Kugy ecc., i quali in quelle regioni operarono in modo meritevole, sia turisticamente, sia scientificamente.

In tempi recentissimi anche la conquista del gruppo del Pigen- (o Biegen-) è stata da me intrapresa con l'ascensione del »Seekopf«, nonché con l'ascensione, eseguita in comune col signor Hans Wödl [^1], del Wolayerkopf e della cresta sopra il Tangelloch, e portata a compimento dal suddetto signore con le sue escursioni al Mte. Canale e alla Cima di Sasso Nero, sulla quale egli riferirà diffusamente anche nel fascicolo di quest'anno della »Zeitschrift des Deutschen und Oesterreichischen Alpenvereines«.

Ed ora, con le mie escursioni nel gruppo dello Stefano, è stata conquistata anche l'ultima parte ancora sconosciuta delle Alpi Friulane. In questa occasione devo osservare che non ritengo per nulla esatta l'attribuzione del gruppo di San Stefano alle Alpi Carniche »meridionali« — denominazione che in tempi recentissimi ha trovato frequente accoglienza — poiché questo gruppo è del tutto separato dalle Alpi Carniche e dalle Dolomiti di Sesto per mezzo della fossa del Piave, e le Alpi Carniche formano in generale una catena del tutto peculiare e chiusa in sé. Ritengo piuttosto, a questo riguardo, giusta la divisione stabilita e scientificamente fondata dal Dr. August Böhm e dal Dr. Carl Diener. Il primo impulso a visitare questo gruppo lo ricevetti da una notizia del Dr. Carl Diener nella relativa sezione della »Erschliessung der Ostalpen«, nella quale egli osserva che specialmente sul gruppo di San Stefano manca ancora un giudizio conclusivo.

Mancasse un quadro d'insieme, e già due anni prima era maturata in me l'intenzione di colmare questa lacuna. Poiché però allora ero ancora occupato con i miei progetti nel gruppo del Pige, dovetti rimandare quest'ultimo proposito a un momento più opportuno, finché la seguente circostanza mi spinse a far presto: trovai infatti nel numero del 1° maggio 1898 della rivista alpina »In alto« del Club alpino Friulano un articolo, nel quale il signor Emilio Pico di Udine riferisce di aver tentato nel luglio 1896, con alcuni compagni di gita e con le guide P. Kratter di Sappada e P. Samassa di Collina, un'ascensione del Monte Brentoni, ma di non aver potuto conseguire un esito favorevole a causa della fitta nebbia. Ciò mi spinse, come ho detto, a far presto. Poiché allora avevo già discusso l'esecuzione di ulteriori gite nel gruppo del Pige con i signori Hans Wödl [^1] e C. Schmid, entrambi del Club Alpino Austriaco, invitai i due signori nominati in questa occasione anche all'ascensione del Monte Brentoni, con cui essi furono subito d'accordo. Il 22 giugno 1898 partimmo col treno rapido serale da Vienna e giungemmo la mattina seguente verso le 11 a Innichen, dove facemmo sosta per il pranzo nella locanda »all'Aquila Nera« e ordinammo subito una vettura per San Stefano.

Verso l'1 del pomeriggio partimmo e, passando per Sesto e per San Giuseppe o Moos, salimmo per la strada, a tratti piuttosto ripida e sul versante austriaco purtroppo ancora non migliorata, verso il Passo di Kreuzberg (o Monte Croce, 1632 m), godendo continuamente della magnifica vista dei giganti montani delle Dolomiti di Sesto che si ergono a occidente della valle. Dopo circa tre ore di viaggio da Innichen avevamo raggiunto la sommità del passo e con essa insieme il confine tra Austria e Italia. Sulla sommità del passo si trovano due locande, delle quali quella che sorge ancora sul versante austriaco, con l'insegna »all'Uomo di Ferro«, è la migliore e perciò è anche molto frequentata dagli italiani. Pochi passi dietro il palo di confine si trovano la dogana italiana e una caserma per le guardie di finanza.

Dietro di essa si apre per la prima volta una bella vista sul gruppo di San Stefano, che chiude la valle, e le cui ardite forme montuose e le creste e le punte ancora coperte di neve io contemplai con quella curiosità e sacro timore, come il pellegrino quando scorge per la prima volta il luogo santo — la meta del suo cammino. Ancora un saluto di giubilo alla patria e ai suoi magnifici monti — e poi giù, sulla bella, larga e ben tenuta strada maestra, nella terra italiana — verso bella Italia! — Sempre con la magnifica vista sulle rigide pareti della Rothwandspitze, del Monte Popera, della Giralba ecc., che alla nostra destra chiudono l'orizzonte, giungiamo dopo circa un'ora e mezza di viaggio — sempre attraverso una fitta, splendida foresta — a una piccola ma bella cascata del torrente Padola, e dopo un'altra buona mezz'ora, uscendo dal bosco, scorgiamo la località di Padola stessa, che si estende pittorescamente in basso sotto di noi e alla nostra destra su un ampio piano erboso verde. Da Padola si dirama in direzione sud una strada carrozzabile di montagna per Auronzo, mentre la strada maestra per San Stefano — lasciando Padola a destra — conduce in alto sul pendio dapprima in 5 minuti a Dosoledo (qui interessante chiesa con campanile e vecchio altare delle reliquie) e in altri 15 minuti alla più grande località di Candide con l'Albergo delle Alpi; tutte queste località mostrano già carattere italiano.

Dietro Candide il terreno scende improvvisamente molto ripido, cosicché la strada è costretta a fare un grande tornante dapprima verso nord-est e poi di nuovo verso sud, dopo di che raggiungiamo in circa 30 minuti dapprima la piccola località di San Nicolò e in un'altra buona mezz'ora San Stefano del Comelico, all'uscita della valle del Padola nella valle del Piave. Già da una certa distanza ci brillano incontro le imponenti costruzioni dipinte di rosso pallido dell'Hotel »Aquila d'oro«, quel luogo ospitale che il Dr. Carl Diener definì con l'epiteto »pentole di carne d'Egitto«, al quale egli durante le sue escursioni nel gruppo di Sappada tornava sempre volentieri.

La buona reputazione dell'hotel fu fondata dalla precedente proprietaria, la signora Girardi, tirolese di nascita; essa vive ancora oggi, e l'ho incontrata solo poche settimane fa, sebbene molto anziana, ma ancora sempre arzilla, nell'hotel delle terme a Gogna, dove trascorre i suoi giorni in pace presso il genero, signor Angelo Barnabò, e la sua unica figlia; fu molto lieta di sentire che ci si ricordava ancora di lei.

Qui dunque fummo ricevuti dal direttore dell'hotel, nonché da alcune cameriere dagli occhi ardenti, delle quali però qui non posso occuparmi più da vicino, e fummo condotti dapprima nel nostro alloggio e poi nella sala da pranzo situata al primo piano. Sotto la benefica influenza di un abbondante pasto e dei focosi vini meridionali ci fummo presto rimessi dalle fatiche del viaggio, e quando inoltre il signor Wödl [^1] sul pianoforte ivi presente eseguì alcuni valzer viennesi e melodie di montagna, che attirarono tutto il personale femminile dell'hotel, forse avremmo reso omaggio a Tersicore nonostante i nostri scarponi chiodati, se il pensiero che il giorno dopo ci attendevano cose più serie non ci avesse indotti a cercare presto i nostri giacigli. Già alle 5 del mattino eravamo pronti alla partenza il giorno seguente. La tavoletta 1:25.000 che avevo portato con me ci rese allora buoni servigi e rese possibile una facile orientazione; Wödl faceva da guida. Seguimmo dapprima la buona strada che conduce a Gogna fino al ponte sul Piave, dove pochi passi dietro di essa un sentiero erboso si stacca a sinistra, che dapprima attraverso un magnifico bosco di larici e abeti ci condusse alla sella tra il Monte Col e il Col Trondo e di qui in ¾ d'ora all'ingresso del Val grande. Voglio qui subito aggiungere che si fa ancora meglio se si prosegue sulla strada dietro il ponte ancora per alcune centinaia di passi, fino a una piccola cappella, presso la quale a sinistra si dirama un ampio sentiero che conduce anch'esso alla Val grande. La Val grande conta tra i più grandi valloni alti della regione, le cui bellezze però vengono solo a risalto quando, dopo un'ulteriore camminata insistente su un buon sentiero a serpentine, si è raggiunta l'alta conca del Dosso Pere (Drota delle Pere NdR) 1645 m, dove essa dal massiccio del Monte Brentoni viene divisa in due parti. Nella sua parte principale di sinistra un sentiero conduce in direzione nord-orientale attraverso la Forcella Cornon 2111 m nel Val Frisone, un altro in direzione sud-orientale attraverso la Forcella Val grande 2037 m scende sul versante meridionale, mentre a destra attraverso radi cespugli e detriti si sale all'imponente ghiaione Giao Brentoni, che molto ripido tra il Monte Brentoni e la Cresta Castellati sale verso la Forcella Brentoni.
Qui la Val grande spiega tutto l'incanto della sua selvaggia bellezza; specialmente lo sguardo sulle gigantesche lastronate del Monte Brentoni e sulle torri dolomitiche dalle forme avventurose che da esso si innalzano, si può chiamare affascinante. A quel tempo il Giao Brentoni era ancora tutto colmato di enormi masse di neve e dovemmo salire con una certa cautela il pendio di neve, per di più mezzo gelato, alto circa 500 m, che quanto più salivamo tanto più diventava ripido, specialmente perché i nostri piedi non erano muniti di ramponi. Dopo una faticosa salita di due ore avevamo raggiunto la Forcella Brentoni 2337 m alle 10 ore e 35 min., dove facemmo una mezz'ora di sosta e quindi affrontammo la cresta occidentale del Monte Brentoni. Dapprima arrampicammo facilmente il primo tratto di cresta che sale a est della sella, dal quale si aprì a noi una vista grandiosa, ma non del tutto piacevole. Davanti a noi giaceva una torre di cresta divisa in due parti, selvaggiamente frastagliata, dietro la quale solo il vero massiccio del Monte Brentoni si innalzava in pareti poderose solcate da canaloni pieni di ghiaccio. Tutta la situazione appariva così poco invitante che, concordando con l'opinione del signor Wödl[^1], decidemmo di riconoscere la montagna anche dal versante meridionale e di trovare forse di là un cammino più praticabile; eppure la suddetta via, come fu poi constatato, avrebbe dovuto rivelarsi per nulla insuperabile! Noi utilizzammo — per non dover tornare alla sella — una costola rocciosa discendente per la discesa in una conca situata a sud, anch'essa piena di neve. Attraversando questo campo di neve verso est, raggiungemmo ben presto il fianco meridionale del Monte Brentoni; verso mezzogiorno.
Qui il Monte Brentoni si presentò a noi come un'imponente torre di roccia, costruita da due ripiani di parete sovrapposti, che dal suo massiccio orientale inviava verso di noi una possente cresta rocciosa in un grande arco, la quale ultima terminava con un'ampia cengia, quasi piana, nella nostra conca. Ci fu subito chiaro che, se questa cengia non si interrompeva prematuramente, ma piuttosto si trovava in idonea connessione con le rocce retrostanti, essa avrebbe potuto costituire il filo d'Arianna per un'ascensione. E la nostra speranza non fu delusa; essa ci condusse su ripidi terrazzi ben presto sulla suddetta cresta rocciosa, che in quel periodo serviva al contempo da canaletto di scolo per le acque di fusione, e così giungemmo, con nostra gioia, passando continuamente davanti a precipizi da entrambi i lati, sempre più vicini al massiccio orientale del Monte Brentoni, che era in connessione con noi attraverso un attacco roccioso che correva in direzione nord-occidentale.
Solo un ostacolo ancora ci si oppose, cioè una parete piuttosto alta e in basso un po' strapiombante, esposta; ma anche questa fu superata dal signor Wödl[^1], che andava per primo, e da me senza l'aiuto della corda, e ora si procedeva, nonostante la ripidezza delle pareti, in una gaia e stimolante arrampicata verso l'alto, fino alla cresta di vetta che corre esattamente da sud a nord, che raggiungemmo verso le 1 ore e 30 min. con grida di giubilo; poiché ci dava pur sempre una certa soddisfazione l'aver conquistato questa superba cima senza guida e senza altro ausilio al primo assalto. Solo una circostanza smorzava alquanto la nostra gioia: che il frutto più nobile che a un turista su una vetta duramente conquistata ammicca come premio, cioè il panorama sul magnifico mondo alpino e su tanti vecchi conoscenti, ci fu sottratto da nebbie infide; e un'altra circostanza ancora fu quella che ci riempì di ansiosa incertezza: l'eco infatti rimandava i nostri richiami in così breve tempo che dovemmo sospettare nelle nostre immediate vicinanze una vetta forse più alta, la quale sarebbe quindi in grado di strapparci di nuovo il ramoscello d'alloro appena conquistato, e alla quale però — poiché per noi invisibile — non potevamo avvicinarci. Oltre due ore rimanemmo sulla vetta, sperando in Eolo che scacciasse le nebbie, e intanto passando il tempo con la costruzione di due omini di pietra; solo quando anche questa speranza non si avverò, alle 3 ore e 30 min. iniziammo la discesa. Per la stessa via giungemmo fino alla terrazza inferiore, scendemmo però poi verso est su una ripida costola rocciosa e su campi di neve fino a una sella, da dove un sentiero alle 5 ore e 30 min. ci condusse alla Forcella Campo Rosso 1911 m. Su un sentiero che si dirama a nord-est giungemmo attraverso il Piano di Sire 1435 m nel Val Frisone e attraverso di esso alle 7 ore e 40 min. a Campolongo, dove dovevamo ancora superare una piccola avventura. Nel giorno della nostra escursione cadeva infatti il nome di San Giacomo, il quale santo in tutto il Comelico è venerato come una sorta di patrono; per questo motivo questo giorno viene trattato come festivo e celebrato festosamente con danze e divertimenti popolari. Mentre noi, nello stato in cui si torna da un'escursione: a capo scoperto (poiché avevamo infilato i cappelli negli zaini), Wödl [^1] con le ginocchia nude e scorticate, io con la mano destra, ferita da una pietra, fasciata con un panno rosso, le piccozze in spalla, uscivamo dal bosco ignari, ci trovammo improvvisamente in mezzo a una schiera di contadini in abito festivo che si divertivano all'aperto con danze e giochi, i quali, fermandosi un momento, ci fissarono tutti stupiti; accelerammo, per non dover servire più a lungo da oggetto di una curiosità indesiderata, naturalmente i nostri passi, tanto più che i due carabinieri presenti per la sorveglianza, con il noto bicorno, ci seguivano con sguardi minacciosi, così che già un quarto d'ora dopo raggiungemmo San Stefano.
Per completezza voglio qui subito aggiungere la descrizione della prima ascensione del Monte Brentoni attraverso la cresta ovest, che io il 28 giugno di quest'anno effettuai con i signori Moriz Edler v. Statzer, Heinrich Kallich e L. Patera.
A causa di propositi più ambiziosi eravamo già partiti alle 3 del mattino da San Stefano e avevamo raggiunto la Forcella Brentoni nonostante il profondo manto nevoso già alle 8 del mattino. Certo, per quel giorno era stato concordato reciprocamente un altro programma; ma diverse circostanze, per la cui discussione questo non è il luogo adatto, ci indussero tuttavia a modificarlo e ad affrontare la cresta ovest del Monte Brentoni. Come ebbi già occasione di notare in precedenza, dalla prima elevazione della cresta la situazione non appare affatto particolarmente invitante. Prima di tutto c'è da superare una torre di cresta bipartita e frastagliata, prima di poter giungere al vero massiccio della vetta, che si erge al di là in imponenti pareti scoscese solcate da canaloni pieni di ghiaccio, ed era comprensibile che il signor Wödl al primo sguardo definisse questo passaggio non particolarmente praticabile. Con un vero attacco e una certa cautela, però, la cosa si lascia fare abbastanza bene; — la via si rivela da sé. La discesa piuttosto ripida nell'intaglio, ma soprattutto il superamento di un canalone che scende verso sud, allora fortemente ghiacciato nella parte superiore, e di due camini strapiombanti con blocchi incastrati richiese certamente una certa attenzione, e fu un po' dispendiosa in termini di tempo; ma non appena, dopo aver aggirato l'ulteriore tratto di cresta sul suo lato sud, fummo giunti al vero massiccio del Monte Brentoni, la successiva salita si svolse senza particolari difficoltà. La fascia di roccia a lastre che scende ed è erosa a forma di conchiglia è certo molto ripida, ma in generale abbastanza percorribile, e attraverso di essa e più in alto su neve e detriti raggiungemmo dopo 1 '/4 ore dalla forcella la prima vetta del Monte Brentoni, avanzata verso ovest, sulla quale salutai due vecchie conoscenze: i due omini di pietra eretti durante la prima ascensione. Subito al momento di mettervi piede trovai confermata la nostra supposizione di allora — poiché separata da noi solo da un intaglio profondo circa 80 m, vidi in direzione est ergersi una seconda vetta più alta, che affrontammo immediatamente. La discesa nell'intaglio si compie senza difficoltà, mentre da lì in poi la salita alla vetta principale su una stretta e scoscesa fascia rocciosa sul lato sinistro (passaggio da strisciare) e poi su ripidi strati di lastre è un po' esposta. In circa 20 minuti dopo aver lasciato la vetta ovest raggiungemmo la massima elevazione del Monte Brentoni, ancora inviolata, situata a 2549 m sul livello del mare, dove erigemmo un omino di pietra e vi depositammo i nostri biglietti da visita. Anche la cupola di ricaduta del Monte Brentoni, situata più a est, fu scalata da un partecipante alla nostra escursione (L. Patera), la quale però, essendo l'elevazione più bassa, è di minore importanza, mentre io dalla vetta più alta eseguii riprese fotografiche.
La vista da questa bella cima di montagna — che costituisce al contempo il punto culminante dell'intero gruppo — è davvero grandiosa e illimitata in tutte le direzioni; l'intera catena gigantesca delle Alpi, dal Triglav all'Ortles, si sviluppa qui davanti allo sguardo ammirato; particolarmente vicine appaiono le torri dolomitiche ricche di forme delle Alpi di Sesto, d'Ampezzo e del Friuli.
Voglio solo menzionare brevemente che sulla via del ritorno mi separai dalla compagnia, scesi verso sud e in questo modo trovai la via più facile. Come ho già esposto, il superamento della torre di cresta bipartita è la parte più difficile dell'intera via sulla cresta ovest. Se dalla Forcella Brentoni si scende solo per breve tempo in direzione sud-est, si può aggirare del tutto questa torre di cresta dal lato sud e giungere direttamente al massiccio del Monte Brentoni.
Questa non è solo la via più facile, ma anche, nonostante il percorso un po' più lungo, quella più breve in termini di tempo, poiché, come detto, il passaggio della torre di cresta è anche molto dispendioso in termini di tempo.

[^1] Wödl, che aveva già scalato la Torre Delago nel 1887, aveva descritto la via come estremamente difficile e pericolosa.

* * *

Giungo ora alla descrizione della prima ascensione della Cresta Castellati. Il 18 agosto 1898, provenendo dall'inaugurazione della Johanneshütte sull'Adlersruhe, ero giunto a San Stefano con i signori Otto Barth e H. Bernt di Vienna, che si erano uniti a me, con l'intenzione di affrontare dapprima la Cresta Castellati, quella dorsale che si erge possente tra il Monte Brentoni e il Monte Pupera. Il 19 agosto alle 6 ore e 15 min. del mattino partimmo e alle 11 del mattino eravamo sulla Forcella Brentoni.

Dopo mezz'ora di sosta salii con i miei compagni di gita dal versante sud attraverso un camino stretto nelle rocce, seguendo il più a lungo possibile la linea della cresta in direzione occidentale. Già abbastanza in alto, la cresta si sciolse improvvisamente in singoli spuntoni, in parte instabili, che rendevano impossibile proseguire. È vero che scendendo in un lungo camino di detriti che conduceva verso ovest si sarebbe potuto raggiungere un couloir e da lì riguadagnare la continuazione della cresta; ma poiché circa 80 m prima avevamo notato un attacco di cengia che si dirigeva verso destra e che ci sembrava percorribile, tornammo a quello per tentare prima qui la via. E riuscì; la cengia, spesso restringendosi e in alcuni punti esposta, ci condusse sul lato esterno della parete, dapprima verso nord, poi verso nord-ovest, sempre più vicini alla nostra meta. Infine — per aggirare due spuntoni della cresta — piegando a sinistra in un couloir, salimmo poi di nuovo verso destra tra il secondo e il terzo pilastro roccioso fino alla cresta di vetta, e precisamente sul suo versante nord. Da lì raggiungemmo in breve tempo prima la prima vetta, e verso le 12 ore e 45 min. la vetta principale ancora vergine, alta 2486 m, dove erigemmo ometti di pietra e depositammo i nostri biglietti. Qui il signor Bernt rimase indietro per una contusione a un piede, mentre io con il signor Barth volevo continuare a seguire il corso della cresta verso il Monte Pupera, per accertare se da qui fosse possibile un'ascensione di quest'ultima montagna. La cresta, che si snoda ondulata da nord-est a sud-ovest e presenta ancora diverse elevazioni distinte, è piuttosto affilata e scende a nord in ripidi lastroni. Ciononostante, con la dovuta cautela, è abbastanza ben percorribile; solo al passaggio da un'elevazione all'altra un camino molto stretto, un alto gradino di parete e un punto di salto ci diedero qualche difficoltà. Dopo aver constatato che un intaglio molto profondo e strapiombante oltre esso difficilmente avrebbe permesso il passaggio al Monte Pupera da qui, tornammo indietro. Verso le 2 ore eravamo — dopo aver eretto ancora un terzo ometto — di ritorno sulla vetta più alta, dove facemmo una sosta più lunga e godemmo del bel panorama; specialmente il Monte Brentoni, proprio di fronte, con la sua possente corazza di lastroni, fa da qui un'impressione grandiosa. Dopo essere sfuggiti per poco, durante la discesa sulla cengia, a una caduta di pietre, arrivammo alle 4 ore e 10 min. di nuovo alla Forcella Brentoni e in altre 3 ore a San Stefano. Per il 21 agosto 1898 era stata da me messa in programma l'ascensione del Monte Pupera per la cresta ovest, e a questo scopo partimmo da San Stefano alle 6 del mattino per intraprendere prima di tutto la via verso la Forcella Cadin alto. In circa 30 minuti avevamo raggiunto per il sentiero noto l'ingresso del Val grande, attraversammo lì la pietraia Giao Ciodrate in direzione occidentale e oltre essa incontrammo un bel sentiero boschivo che, lungo la Cima Malpasso e il Col delle Citò alla nostra destra, ci portò in circa 20—25 minuti nella Valle Pupera; vi entrammo all'incirca là dove tra il Col Crissin e la Cresta del Crissin scende il Giao Crissin. La Valle Pupera è una delle valli alte più grandi e più belle di tutta la regione ed è delimitata: sul lato orientale dalle pareti del Sasso e della Cima Malpasso (dietro la quale, attraverso la Regione Castellati, un passaggio in direzione orientale conduce al Dosso pere e giù nel Val grande); sul lato occidentale dalle imponenti pareti del Monte e Col Crissin, nonché della Cresta del Crissin, mentre a sud il massiccio possente e lastronato del Monte Pupera a due cime e le Cime di Cadino formano una magnifica chiusura della valle. Tra le Cime di Cadino e il Monte Crissin si trova la Forcella Cadin alto, alta circa 2270 m, attraverso la quale un passaggio scende sul versante sud verso la Regione Starezza e all'Alpe Zergolon. La via a questa forcella da San Stefano è la seguente: appena raggiunta la Valle Pupera per la via già descritta, la si segue ancora circa 25 minuti in salita sul lato occidentale del Sasso Malpasso, si attraversa poi accanto a una sottile cascata d'acqua il ruscello della valle e si sale ora ripidissimamente per circa 45 minuti verso il salto di parete del Col Crissin a destra, dove si trova una grande grotta visibile già dal basso, nelle cui vicinanze c'è anche acqua; ora piegando a sinistra, in un altro quarto d'ora un sentiero stretto e selvaggio conduce attraverso sterpaglie e pini mughi in serpentine molto ripide alla prima terrazza superiore, alta circa 1660 m, dove a sinistra sotto le pareti del Monte Pupera si trova anch'essa acqua. Ora per breve tempo quasi in piano, poi di nuovo salendo molto ripidamente su terreno sassoso, il sentiero abbandona in alto la sua finora meridionale direzione e si volge a destra, attraversa il pendio superiore e conduce così in circa mezz'ora a una seconda terrazza, 200 m più alta, nella quale dalla forcella tra il Monte Pupera e le Cime di Cadino scende il Giao Cadin. Ora attraversando la lingua occidentale inferiore del Giao Cadin e salendo a destra lungo un pilastro roccioso, raggiungiamo in un'altra mezz'ora l'ultima terrazza, un altopiano formato dalle costolature della cresta delle Cime di Cadino che corrono verso nord e dalle pareti del Monte Crissin, e da dove in altri 40 minuti su detriti e pietrame si giunge alla Forcella Cadin alto. Ho descritto più dettagliatamente questa via perché è di grande importanza per tutte le gite nella Valle Pupera. A causa del gran caldo avevamo raggiunto la forcella quel giorno solo alle 11 ore e 10 min. del mattino, cioè in circa 5 ore e un quarto, dove facemmo una meritata sosta di mezz'ora.

Quindi, sebbene ancora stanchi, ci accingemmo all'esecuzione del nostro progetto di oggi e traversammo sul lato sud, sotto le pareti delle Cime di Cadin, fino all'intaglio di 2221 m sul fianco occidentale del Monte Pupera. Dopo un'attenta osservazione della cresta, dichiarai subito impraticabile una sua percorrenza, e questa mia opinione fu confermata dalla salita del Gipfel occidentale effettuata quest'anno, nonché dalle mie escursioni intraprese nel settembre di quest'anno da sud, durante le quali constatai che la cresta è interrotta in molti punti da profondi canaloni e si risolve in alcuni punti in singole torri di cresta. Ciononostante decidemmo di tentare, ma fummo costretti da un improvviso temporale — conseguenza dell'insopportabile caldo — ad abbandonare rapidamente la cresta appena calcata e a tornare al nostro bagaglio sulla Forcella Cadin alto, dove trovammo riparo alla meglio sotto uno strapiombo roccioso. Temporale seguiva a temporale, e avemmo oltre 2 ore di agio per osservare questo spettacolo grandiosamente bello; interessante era il suono delle campane del tempo, che saliva a noi dalle valli situate a sud.

Erano così le 3 ore del pomeriggio ed era ormai troppo tardi per un nuovo tentativo. Approfittammo quindi dell'occasione per salire ancora le due più alte Cime di Cadin, 2295 m e 2827 m, che però sono senza particolare significato, e poi alle 4 ore del pomeriggio intraprendemmo il ritorno. Giunti davanti alla prima terrazza superiore, mostrai al signor Barth il punto dove ritenevo possibile un successo per l'accesso alle pareti del Monte Pupera e attraverso la loro traversata fino al piede del blocco sommitale; era la stessa via sulla quale in seguito giungemmo alla vetta.

Alle 6 ore e 30 min. di sera arrivammo di nuovo a San Stefano. Qui convinsi ancora i miei compagni, che volevano già intraprendere il viaggio di ritorno, a tentare con me domani dal Valle dei Landri un'ascensione al Monte Crissin, cosa che alla fine mi riuscì. Il giorno dopo, di buon mattino, scendemmo quindi sulla strada verso Gogna fino al Ponte della Lasta, dove la strada passa sulla riva destra della Piave.

Dovemmo quindi farci strada da soli sulla riva sinistra, finché le pareti della riva che precipitano direttamente nella Piave ci costrinsero a tornare al ponte.

Attraversatolo, seguimmo la strada sull'altra riva fino di fronte all'ingresso del Valle dei Landri, dove però trovammo tutti i sentieri distrutti o franati, e un tentativo da noi intrapreso di attraversare il torrentizio e profondo fiume Piave fallì ugualmente. Con ciò avevo constatato che il Monte Crissin può essere scalato solo dalla Forcella Cadin alto.

Poiché i miei compagni non potevano prolungare oltre il loro soggiorno, intrapresi con loro il viaggio di ritorno, con la consapevolezza che il mio viaggio in montagna di questa volta non fosse stato del tutto senza successo, perché avevo scalato la Cresta Castellati e le Cime di Cadin e avevo riconosciuto con precisione la via per il Monte Pupera e il Monte Crissin. (La fine segue.)
